Rooming out

Premetto: quelle che seguono sono esclusivamente mie opinioni personali (come del resto lo sono tutte quelle che escono da questo blog), in questo specifico caso basate sulla mia esperienza personale e soprattutto su quelle che erano le mie condizioni psicofisiche in un determinato momento… prendete tutto “cum grano salis” che non ho nessuna intenzione di tranciar giudizi. Al contrario, se poi qualcuno vorrà tranciarne addosso a me, prego: non siam qui a collezionare “Poverina” o “Hai ragione”. Ci ho messo parecchio a decidermi se postare o meno, e alla fine mi sono decisa a farlo quando ormai la situazione era “risolta” (per modo di dire, certe cose non si sistemano…) quanto meno per togliere un po’ di carico emotivo al tutto… e lo stesso non so se ha contato.

Il punto è questo: al momento delle dimissioni dall’ospedale, il 9/11, oltre all’Aquilina ci siamo portati a casa anche un discreto numero di problemi (e qui, se vuol partire il classico coretto “Ah, ma il figlio lo avete voluto voi, dovevate pensarci prima!”, prego… che se fosse per quelli che ti dicono così, i figli dovrebbe farli solo chi ha settordici nonni, diciassedici tate diurne e notturne, e il deposito di Zio Paperone al posto dello sgombraroba).

Alcuni di questi problemi li conoscevamo benissimo: mancanza praticamente assoluta di parentado a sostegno. Mia madre (invalida 100%, quindi già scarsamente presente di base) ricoverata in ospedale dal 1° novembre, . Mio padre, di norma già molto impegnato ad assistere mia madre di base, dal suo ricovero passa più tempo in ospedale ad assisterla che a casa sua. Mia suocera è morta (purtroppissimo) da 11 anni. Mio suocero lavora (turnista), vive a 30 km da qui ed è già tanto quando riesce a venire per passare un po’ di tempo lui e la bisnonna (che in questi giorni s’è beccata il Fuoco di S. Antonio) con la nipote. Mio cognato (e unico zio) invece è un folle, ma in senso buonissimo: appena saputo che era diventato zio, ha comunicato a lavoro che il giorno dopo non sarebbe stato presente. Ha fatto dello straordinario, è tornato a casa alle 21.30, la mattina dell’8 è partito, s’è sciroppato 700 km, ha passato un’oretta e mezza con noi in ospedale, piccola deviazione di 30 km per andare a salutare la neobisnonna, s’è risciroppato 700 km, alle 8.30 del 9 era in ufficio.

Conseguenza abbastanza diretta, la mia situazione psicologica già “travagliata” al momento del parto: nel momento in cui avrei avuto bisogno del sostegno di mia madre, mi sono comunque trovata a doverne dare (anche se solo per telefono) io a lei… non la vedo dal 30/10 (durante la gravidanza e dopo mi è stato proibito di andarla a trovare per non mettere a rischio l’Aquilina) e il pensiero che tuttora non ha ancora visto l’Aquilina se non in foto e che chissà quando potrà incontrarla (il “se” non lo scrivo, ma non vi nascondo che lo penso) di certo non è quello che occorre per “stare calmi e rilassati”. Unito alle “news” di cui parlavo nell’ultimo post, sfido il Dalai Lama a mantener la calma…

L’altro fattore era un mio discreto stato di prostrazione fisica. Quando sono arrivata a casa, era dalla notte tra il 5 e il 6 novembre che non dormivo, anche grazie al sistema di “rooming in” 24 ore su 24 adottato dall’ospedale: il “nido” non esiste, i bambini fin da subito vengono messi in una culletta e lasciati accanto al letto della madre. Che in teoria è una cosa molto bella (e per certi aspetti lo è di certo: ti basta girar la testa per vedere tuo figlio e allungare una mano per toccarlo). Ma in pratica lo è tutt’altro, soprattutto quando dal personale ospedaliero non ti arriva questo gran sostegno (perchè di norma dove si adotta questo sistema, poi se la madre fa richiesta di poter riposare un attimo e di lasciare il pupo al nido qualche ora, tale richiesta viene accettata). Solo un esempio: la mia compagna di stanza, al 2° figlio, la seconda notte ha appunto chiesto per favore all’ostetrica se poteva tenerle il bambino per un paio d’ore, in modo da riuscire finalmente a dormire (tra il suo e la mia, si stavano dando il cambio da ore per a chi toccasse piangere). Risposta “No, abbiamo da fare, devi pensarci tu”. Tornate a metà paragrafo: “al 2° figlio”. Che vuol dire? Beh, che già ne ha smazzato uno, non è certo il tipo che si fa spaventare da due strilli. Se chiede aiuto, sarà perchè veramente ha bisogno di aiuto. Immaginate quindi cosa mai mi sono sentita di chiedere io, al primo figlio? Una beneamata cippa, figurarsi se avrebbero dato ascolto a me.

In pratica, come dicevo non ho dormito nessuna delle notti trascorse in reparto (e chi è stato in ospedale sa che in certi reparti dormire di giorno è pura utopia… ancora di più con un neonato di 2 giorni che ben se ne fotte di che ora del giorno sia!): per cercare di calmare la bimba l’unica soluzione che mi davano era di attaccarla al seno (roba da un’ora e mezza filata alla volta… e dopo mezz’ora daccapo, visto che si addormentava per sfinimento e non per sazietà). E, lo ammetto: credo di aver beccato un’ostetrica/puericultrice su 10 che quando arrivava per farmi vedere come si attaccava la bambina si ricordava di avere a che fare con una persona e non con la mucca Milka (e dire che di lilla avevo addosso solo le pantofole!), vista la delicatezza con cui maneggiavano il contenuto del mio reggiseno.

Il fatto di promuovere l’allattamento al seno è più che giusto (io stessa sono partita con l’idea in testa di non ricorrere assolutamente al latte artificiale, se ne avessi avuto la possibilità)… ma poi bisognerebbe anche che qualcuno ti controllasse se l’attacchi bene quando “fai da te” dopo che la pupa si stacca (di solito 30 secondi dopo che l’ostetrica ha lasciato la stanza), o comunque che qualcuno controllasse se alla fine questo beneamato latte c’è davvero. Cosa che non è stata fatta, un po’ perchè con le dimissioni in terza giornata effettivamente la montata poteva ancora tardare, un po’ perchè per far uscire il latte il pupo “deve poppare”. Per forza. Anche se si esaurisce in un’attività che nello stomaco non gli porta nulla. Tra l’altro: non è detto che se un neonato piange sia per forza per fame. Risolvere qualsiasi sua richiesta con “Attaccala” (anche se è la pupa stessa a staccarsi dopo 3 secondi, perchè non è quello che voleva) sinceramente non mi sembra un grosso esempio di lungimiranza… soprattutto per spiegare ad una neofita come accudire un bambino. Soprattutto: bisognerebbe anche tener conto delle singole situazioni, perchè se è vero che il 95% delle donne può allattare al seno senza problemi, non è detto che prima o poi non capiti una di quelle 5 sfigate.

Ho dormito con l’Aquilina, o per meglio dire ho passato le notti con lei con lei nello stesso letto con gli occhi sbarrati nel timore di farle male, ho fatto fatica ad andare in bagno perchè non potevo certo portarmela dietro pure lì, ho mangiato con l’Aquilina in braccio per cercare di calmarla (cosa che tra l’altro, nei libri che avevo letto in gravidanza, viene sconsigliata perchè mette a rischio il bambino di vedersi cadere addosso cibo caldo… ma quello che invece mi è stato detto dalla mia compagna di stanza è stato “Dovrai imparare a fare tutto con una mano sola e la bambina sull’altro braccio”, e l’andazzo mi faceva intuire che era proprio così che sarebbe andata), e questo ha anche portato uno sprazzo di allegria. Una sera, per cena, ho chiesto crema di carciofi, purè, ricotta e frutta cotta: in questo modo, con una sola posata e mano sarei riuscita a completare il pasto. Ho guardato le ciotole che mi avevano lasciato, ho guardato il cucchiaio e quindi l’Aquilina e le ho detto: “Visto? Stasera mamma mangia come mangerai tu tra qualche mese: tutte pappe…”.

Prima delle dimissioni dall’ospedale ho anche ricevuto due boccettine di latte artificiale senza chiederle (se le avessi chieste, sono quasi sicura che non le avrei ottenute…): qualcuno doveva essersi finalmente accorto che tre giorni di digiuno o quasi sono troppi, e a maggior ragione se hai solo 3 giorni di vita in tutto. L’Aquilina non le ha nemmeno finite: totalmente esausta, si addormentava a metà, ma almeno con mezzo stomaco pieno, gran risultato rispetto a quanto aveva ottenuto fino a quel momento con tutte quelle ore di tentativi.

Quindi, quando sono tornata a casa, oltre a una neonata nell’”ovetto”, avevo con me anche un discreto mal di schiena (per via dell’epidurale non riuscita), il polso sinistro praticamente sfatto per il fatto di averla sempre o quasi avuta in braccio (è più difficile trasportare 3 kg che ti sembrano fragilissimi, di 30 kg di piombo), il paio di punti là dove non batte il sole che si facevano sentire, e – sì, senza mezze misure – i capezzoli che mi facevano male solo a portarli a spasso (ho avuto per qualche giorno il tatuaggio della mia arcata dentale su un avambraccio, ultima risorsa per non strillare io all’ennesimo attacco della pupa… e, non per vantarmi, ma la mia soglia del dolore è piuttosto alta).

Qui però il post sta diventando un po’ troppo lungo, quindi se non vi ho scocciati eccessivamente… rimanderei il seguito alla prossima puntata.


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13 pensieri su “Rooming out

  1. Mmmmm…. Pure qui c’è il rooming in esclusivo (ho provato a chiedere se per qualche motivo ogni tanto avrebbero tenuto la bimba nel nido, ma l’ostetrica mi ha fatto capire che no, a meno di casi gravissimi, la culla rimane in camera!), c’è però la possibilità di avere un famigliare 24h su 24 con sé in camera e c’è una stanza proprio per l’allattamento (così se il bimbo piange, si può andare lì in modo da non disturbare la compagna di stanza). Io non so come andrà, so che sarà difficile, ma in questo caso spero di avere un po’ di culo e che fili tutto liscio… Non ci conto troppo, ma, considerato che non ho mai vinto al superenalotto, questo me lo potrei anche meritare, no? 😉

    Detto ciò, lunedì andremo ad un incontro sull’allattamento… Chissà che non ci svelino il segreto segretissimo che c’è sotto!

    Però dev’essere molto difficile, se consideri che delle ultime donne che conosco e che hanno partorito praticamente nessuna ha allattato per più di una settimana!

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  2. Assistenza di un parente 24 ore su 24 (avercelo, un parente che poteva restare con me 24 ore su 24…) concessa solo in prima giornata a chi ha subìto il cesareo. Dal secondo giorno, anche le cesarizzate s’attaccano…
    Presenza parenti concessa solo in orario di visita (7.45-8.30, 12.45-14.00, 18.45-21.00) con occasionali sforamenti (la sera)… ma di poco, che poi invitavano con l’altoparlante la gente a levarsi dai maroni.
    Di allattamento ne parlo pure meglio nel prossimo post… =__=

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    • Azz! Proprio il minimo indispensabile… Beh, così sì che non ci se la può fare: ti lasciano tutta sola in una situazione del tutto nuova… Tanto varrebbe farti uscire il giorno dopo il parto, almeno stai a casa tua e può aiutarti chi preferisci! Mah…. Cmq tra qualche setimana (speriamo) ti saprò dire se qui va meglio o se invece è un malessere diffuso.

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      • E qui ti dò ragione: quanto meno a casa mia avrei avuto qualcuno che mi dava il cambio (il Consorte ha avuto dapprima una settimana di ferie, poi ne ha ottenuta una seconda per potermi dare una mano ancora per un po’) e forse mi sarei ripresa un po’ prima da dolori sparsi (quello al polso non l’avrei proprio avuto) e mancanza di sonno… vero che adesso tocca comunque tutto a me, ma almeno sarei riuscita a recuperare un po’ di stanchezza prima che arrivasse tale momento!
        Ah, e aggiungiamo una cosa: a casa mia almeno avrei avuto anche uno specchio sopra il lavandino del bagno e pareti nella cabina doccia… siamo state sfigate anche su questo lato! Entrambe le cose nel nostro bagno mancavano, quindi ti lavavi/sistemavi “a memoria” e non parliamo di darsi una lavata come dio comanda: nel giro di 3 secondi avevi il lago di Garda sul pavimento del bagno (e qui, chiedo una piccola riflessione sulla pericolosità di un pavimento bagnato).

        Chiudo dicendoti che se tra qualche settimana potrai smentire punto su punto il mio racconto, dicendomi che invece tu ti sei trovata e sei stata trattata benissimo, sarò la seconda (perchè la prima sarai tu!) ad esserne stra-felice!! 🙂

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  3. oggi sono molto incattivita dalla mia situazione che potrei scrivere in maniera volgarissima.
    io credo che fai bene a sfogarti, avrebbero dovuto aiutarti e non lasciarti in balia del nulla. e poi si parla tanto di depressione post partum e quant’altro: ma diamine ma le guardiamo in faccia ‘ste mamme o no??
    io confido che ce la farete ma come favore personale, Shu, se c’è qualcosa, chiamami a qualsiasi ora, sfogati, incazzati, ti chiamo io (pago solo lo scatto alla risposta sia dal fisso sia dal cellulare), ma ti prego non tenere tutto troppo a lungo.
    tuo marito sicuramente ti è di conforto, ma se hai bisogno, chiama, scrivi, urla. chiama qualche amica, la vicina.

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    • Che altro dire se non… grazie (e di cuore)! 😀

      Sulla depressione post partum, mi viene in mente il commento della mia compagna di stanza (diciamo che c’era gente con talmente tanto tatto che quando entrava in stanza e noi salutavamo, manco un buongiorno in risposta. Ho capito che hai da fare, ma la buona educazione sarebbe gratis…): “Parlano tanto di depressione post partum, poi va a finire che te la fanno venire loro in ospedale…”…

      Ora però devo spezzare anche una grandissima lancia a favore di una persona: purtroppo era stata spostata all’ambulatorio delle gravidanze a termine, quindi non era di servizio in Ostetricia quando sono stata ricoverata io. Si tratta della moglie del signore che due anni e mezzo fa abbiamo contattato per adottare Leda, e che abbiamo incontrato (insieme al marito e alla figlia più piccola) in occasione prima dell’adozione di Ledina e poi di una successiva nostra visita “di piacere” quando l’anno dopo sono nati altri fratellini di Leda.
      E’ stata così gentile che, quando ha visto il mio nome tra quelli delle partorienti, la mattina del 7 è venuta in reparto a sincerarsi che fossi proprio io e a far due chiacchiere, e poi è tornata anche la mattina dopo a portarmi un regalino per l’Aquilina da parte di tutti loro.
      Ecco, io una persona così la clonerei e ci rimpiazzerei un bel po’ dell’altro personale…

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  4. Io non ho figli, quindi posso solo CERCARE di immaginare come sia vivere le situazioni che ci hai raccontato. D’altra parte, siccome di figli ne vorrei eccome, mi sono documentata sulla puericultura e ho capito una cosa: ti dicono che è scientificamente provato tutto e il contrario di tutto. Rooming in. co-sleeping. poppate, svezzamento, su ogni cosa gli esperti hanno tre o quattro soluzioni eccezionali, che funzionano certamente e che sono l’una il contrario dell’altra.
    Poi ti dicono che le donne fanno figli dai tempi di Adamo ed Eva, e che pertanto chessarammai di così difficile gestire un poppante. Le nostre nonne e bla e bla.
    Si dimenticano di una cosa: le nostre nonne vivevano in famiglie numerose e allargate, imparavano ad accudire neonati all’età di tre-quattro anni quando cominciavano con i fratelini, avevano intorno mamme, zie, sorelle, cugine e amiche che avevano altrettanta esperienza e che le aiutavano perché a loro volta avevano ricevuto aiuto.
    Oggi spesso la neomamma è sola, impaurita nell’aver tra le mani un piccolino che sembra di cristallo, con tante idee e ben confuse ficcatele in testa da ostetriche, puericultrici e siti internet, e vivono con senso di colpa la loro inesperienza.
    Posso solo dirti che ti sono vicina e che, se mi permetti, ti do questo consiglio: ora che sei nel vostro nido fai quello che SENTI – di pancia – sia giusto per la tua famiglia: l’Aquilina in primis, te e tuo marito a stretto giro di ruota. Lascia che gli altri dicano, sfogati con noi se ne senti la necessità, accetta tutto l’aiuto che può venire anche da fonti inaspettate e DAI FIDUCIA A TE STESSA. E’ vero: le donne fanno figli da sempre, sono geneticamente programmate per farlo, e questo vale anche per te. Imparerai presto a capire cosa vuole l’Aquilina, e a fare tutto con una mano sola, e ad essene persino felice. Il tempo, l’esperienza e la calma tireranno fuori la meravigliosa mamma che c’è in te. E tuo marito ti accompagnerà come meglio sa fare, e quindi benissimo ;).
    Per la famiglia siete al momento al completo. Per gli sfoghi ci sono le amiche, anche quelle di blog. Per tutto il resto… Ricordi cosa diceva La Russa? Ma vaffan…o!
    🙂 😉

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    • Ecco, qui hai centrato due punti cruciali: che tempo fa era una cosa normalissima e alla quale le bambine (direi solo le femmine, ma posso sbagliare) venivano “abituate” già poco dopo aver smesso di esser loro poppanti (mia nonna, a 8 anni, era incaricata di accudire i due fratelli più piccoli – uno credo avesse un anno poco più – in quanto sua madre, rimasta vedova, doveva mantenere la famiglia) e il poter contare su una famiglia numerosa.
      Di questi tempi, per la prima cosa i genitori verrebbero denunciati per maltrattamenti verso i minori, per la seconda cosa stiamo parlando di fantascienza.
      E poi confermo: quelle che ruotano attorno a gravidanza e bebè sono questioni delle quali puoi leggere, sentire e trovare tutto e il contrario di tutto… il che non aiuta! 😉
      Ma soprattutto grazie per le tue parole: in effetti riuscire ad avere un po’ di fiducia in me (che per me non è facile!) potrebbe portarmi già molto vicina alla “soluzione”! 🙂

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  5. Come ti capisco. Anche se son passati quasi trentanni da quando ci siamo ritrovati in tre, leggere il tuo racconto o resoconto, mi ha riportato indietro. Anche noi ci si è trovati senza stracci di parenti intorno, e a un certo punto erano in due a piangere. Oltre il pupo anche anche la mamma che sentiva il pianto come un’accusa.
    E’ un errore pensare di farcela bene da soli. Ci si riesce.perchè l’amore materno e paterno è una forza incredibile, ma aumentare le proprie conoscenze, gli amici, la frequentazione del vicinato, lo sono ancora di più, E’ difficile in un clima di freddo autunno, ma è importante uscire nelle ore calde del pomeriggio, incontrare gente fa bene, se non trovi donne coetanee con cui scambiar due chiacchiere, rivolgiti anche agli anziani che incontri. Basta un saluto per attaccar bottone, e i discorsi sul tempo sono universalmente accettati. Non pensare a tutto come un problema solo tuo, anche perchè non è un problema, è una tappa della vita.
    Se senti aprire una porta sul pianerottolo di casa, affacciati, scambia due chiacchiere con i vicini, offri un caffè o un tè, può essere faticoso, ma dopo ne trai beneficio. E parla, parla tanto ad Aquilina, la voce accompagnata alla soddisfazione del cibo fa tanto, pian piano smetterà di piangere perchè sempre più assocerà il suono alla soddisfazione del bisogno. Ciao, e se hai necessità scrivi all’emal che trovi nei commenti, anche se internet non è molto più utile di una vicina di casa.

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    • E inizio questo commento ripetendomi: GRAZIE! 🙂 Perchè non è vero che internet “non” è molto più utile di una vicina di casa, leggere di questi incoraggiamenti da parte di chi mi conosce solo per le 4 vaccate che scrivo qua su per me è una cosa veramente grande (anche alla luce di gente che mi conosce da una vita e son tre settimane che manco si fa viva per un ciao… fortunatamente compensata da altri, questo è da riconoscere!).
      E ti posso dar ragionissima su un punto: riuscire a ritagliarsi qualche attimo per un po’ di contatto umano, anche con “sconosciuti”, è in effetti un’ottima terapia! Stamattina sono uscita per la prima volta “da sola” (ho lasciato l’Aquilina alle cure del Consorte), semplicemente per arrivare in bici ad uno “Spaccio di Pannolini” che hanno aperto in centro: niente di epocale, ma è bastato tornare alla normalità della “bici + lettore Mp3” con corredo di quattro chiacchiere con la commessa del negozio per “cambiar colore” alla giornata!
      Mi sa che troverò il modo di “replicare” (la scusa potrebbe essere cercare il regalo di compleanno per la figlia della mia ex vicina di casa) sabato prossimo… 😉

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  6. Praticamente il Rooming out da sbarco alla Prega Dio. Da sbarco perchè ti buttano in acqua e t’arrangi e prega Dio di non aver bisogno di qualcosa che tanto non ti sarà dato.
    Ma cavolo, almeno il controllo sul latte lo dovevano fare. Tanto per iniziare.

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    • I controlli sul latte li facevano anni fa, quando la degenza era più lunga (ad esempio, è stato fatto nell’82 quando è nato mio cognato… appurato che mia suocera a 8 giorni dal parto non aveva ancora avuto la montata, latte artificiale e via andare): ora con la motivazione che in terza giornata “può ancora tardare” (cosa che può pure essere… anche se la mia ex collega M. mi ha detto che se al terzo giorno c’è poco e i giorni successivi invece di aumentare cala, c’è poco da aspettarsi), ciccia… difatti nel post che sto ultimando c’è la nostra odissea “casearia” casalinga…

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  7. Pingback: “E’ quello della Lola!”… ma anche no… « Gite Mentali

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