Incomprensioni linguistiche

Questo post di Esprit74follet mi ha fatta riflettere sul fatto che a volte bastano (bastavano? Spero di no… perchè io sono una di quelle che si dispiacciono a vedere come i dialetti stiano diventando archeologia linguistica…) veramente pochi chilometri a creare fraintendimenti o addirittura veri e propri incidenti diplomatici nelle conversazioni…

Premetto una cosa: con mamma emiliana e papà romagnolo, io son venuta su capendo perfettamente i dialetti di entrambe le zone, ma (sigh!) non riuscendo a parlarne praticamente nessuno. Magari ci provo, ma riconosco di essere abbastanza incapace… anche perchè il mio vantaggio di capirli entrambi (al punto che spesso ho fatto da interprete per amici romagnoli in visita sull’Appennino Modenese o per mia zia, che anche dopo 38 anni di “frequentazione”, del dialetto della mia città non capisce ancora una mazza) si muta in svantaggio nel parlato: capita che li mischio in un’incomprensibile (da una parte e dall’altra) insalata mista.

Questo anche per dire che in questo post c’è molta possibilità che io sbagli la grafia di alcune parole… ammetto l’ignoranza, e soprattutto certi suoni sono difficili da trascrivere, se non si conosce l’esatta ortografia del termine.

I primi tempi in terra di Romagna per mia madre sono stati abbastanza particolari… 130 km da casa sua, mica chissà cosa. Eppure, per certi versi, le pareva di stare in un paese straniero. Come quella volta che la mia zia paterna si presentò da lei con un regalo: “Ti ho portato un po’ di tovaglie, che in casa non ce n’è mai abbastanza”. Mia madre rimase un po’ perplessa, a tale affermazione (non le sembrava che le tovaglie da tavola subissero questo consumo industriale…), ma lo fu ancora di più una volta aperto il pacchetto: asciugamani. Già, perchè nella mia città (perchè già se vi spostate di 10 km non è più così… il Consorte è cresciuto a meno di 30 km da qui, ma ci sono già una miriade di differenze tra i due dialetti) la “tvaja” è appunto l’asciugamano: la tovaglia da tavola è in realtà “e mantil”… (e il tovagliolo “e manteign”, giustamente).

Sempre mia madre, per parecchio tempo restò con un altro interrogativo: sentiva tutti parlare di questa “Zobia”, e pensava si trattasse di una signora molto conosciuta che aveva ricevuto in dote un nome di battesimo alquanto singolare (ma si sa, i romagnoli all’anagrafe son sempre stati a dir poco creativi). Insomma, ci volle del buono per capire che quando tutti si riferivano alla “Zobia” in realtà parlavano di qualcosa che sarebbe successo o si sarebbe fatto “Giovedì”. 🙂

E insomma, non è stato facile per lei raccapezzarsi tra “e pidariòl” (l’imbuto), “la déngia” (la faraona), “al tusùr” (le forbici), “e butìr” (il burro), “e barbèt” (il mento, ma nel caso in cui la parte anatomica sia parecchio prominente allora si parla de “la sbosla”), “e pardisùl” (il prezzemolo), “e sàral” (il sedano), “e tulìr” (il “tagliere” per tirare la sfoglia), “e s-ciadùr” (il mattarello) e via discorrendo, roba che solo per fare un soffritto c’era da perderci la testa! eek

Per dirne una, durante una mia visita dal pediatra (qualche secolo fa…), parlando di cosa prepararmi da mangiare, il dottore (vecchio stampo, spesso intercalava il dialetto all’italiano) disse tranquillamente a mia madre: “La sira, un po’ d’brod cun un ov ed manfrìgul.  Semplice, no? Anche da preparare! Ebbene: mia madre uscì basita dallo studio e, una volta fuori, domandò a mio padre: “Cos’è che devo farle per cena?!?!?”. Una volta chiarito che si trattava di un innocuo “uovo di manfettini da cuocere nel brodo, si mise l’animo in pace! 🙂

C’è da dire, appunto, che basta spostarsi di 10-20 km e già cambia tutto… ad esempio: “e burdèl” della mia città, “e tabàc” di Ravenna e “e bastérd” di Forlì sono la stessa cosa. La stessa innocente cosa, sebbene a mettere insieme i tre termini e tradurli a braccio in italiano (bordello, tabacco e bastardo) si sarebbe portati a chiamare la Buoncostume! Ed invece… ma che bel bambino! 😉

Da parte sua, mio padre ci rimase un po’ così quando, una delle prima volte che era a pranzo a casa di mia madre, arrivò in visita uno dei fratelli di mia nonna. Entrambi erano cresciuti nella “bassa” modenese, zona di Maranello, e più che naturale era parlarsi in dialetto. Chiedendo al fratello se voleva trattenersi a pranzo, mia nonna lo informò che non sarebbe stato un problema un commensale in più: aveva fatto “un cunej e du patachìni arost”.

Seguendo il filo del discorso, dopo un attimo di smarrimento iniziale mio padre capì di cosa si trattava: “un coniglio e due patatine arrosto” (già al paese di mia madre patate si dice “patet”). Ma tenete conto che in Romagna “la patacca” di norma sta nelle mutande femminili, e di certo non viene servita come contorno per un pranzo in famiglia (il patacca”, invece, è tutt’altro discorso…). mrgreen

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24 pensieri su “Incomprensioni linguistiche

  1. credo che con la globalizzazione e i media è inevitabile un livellamento di dialetti e lingue. basti pensare all’imbastardimento dell’italiano… comunque, il tuo post è fantastico!
    ma cosa sono i manfettini?
    io ormai convivo coi dialetti altrui, non avendone mai parlato uno mio -.-

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    • Chiedo venia, “manfettini” è il termine in italiano, ma in effetti non ho pensato che può essere un tipo di pasta (in brodo) abbastanza regionale (ecco perchè una volta “tradotto” per mia madre era tutto chiaro: era una genere di minestra che si mangiava anche dalle sue parti)… ecco qua, per soddisfare la tua (legittima!) curiosità: http://www.leromagnole.it/index.php?id=102

      E non parlarmi di imbastardimento dell’italiano… è___é solo l’altra sera avrei buttato il monitor giù dalla finestra: nella chat del giochino online che seguo (Athanaton) nel giro di 5 battute 3-4 geniacci son riusciti a scrivere la parola “successo” sbagliata 4 volte su 5 (“sucesso” la versione più gettonata…), al punto che a un certo punto ho scritto io in chat “Un requiem per la parola ‘successo’ =__=…”… ma ovviamente non l’ha capita nessuno!
      Postilla: trattavasi di gente in gran parte laureata o quanto meno alle superiori e, in un caso, di un dirigente d’azienda… T__T

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  2. non ho la più pallida idea di cosa siamo i manfettini, ma non importa, tanto non so cucinare.
    quando sono arrivata a pavia da valenza (1968 università)(nb- solo il po divide i due territori e il dialetto valenzano è molto più simile al pavese che al piemontese ad esempio di alessandria o san salvatore, ossia il valenzano è un dialetto già lombardo, cambia l’accento e qualche parola), sia io sia le mie amiche tonina e patrizia avevamo dei problemi coi “pussoirs”:quando uno si staccava o si rompeva portavamo tutto a casa a riparare, finchè le madri non ci hanno fatto notare che alla nostra età potevamo anche arrangiarci ma:- ma a pavia non li vendono!- . incredulità generale…. e nemmeno ci veniva in mernte di cercarli al supermencato, andavamo dal merciaio vicino, poi da un altro etc e chiedevamo i pussoirs e quello, invece di chiedere che cavolo erano diceva -non li ho- finchè un giorno, quello che poi sarebbe diventato mio marito, svelò l’arcano : uscì 10 minuti e tornò con un vasto assortimento della rara merce… spiegandoci che in italiano si chiamano BOTTONI AUTOMATICI!

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    • Sono semplicemente un tipo di pastina all’uovo da fare in brodo… ma mi associo a te: non essendo io un’amante della roba in brodo, non importa! 😉
      Bellissimo il fraintendimento sartoriale: mi immagino le vostre mamme a chiedersi stupite “Ma come, una città grande come Pavia… e non si trova una roba del genere???” 🙂

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  3. Ah, non mi dire delle varianti locali dei dialetti: qui nella mia Valle già parliamo un patois incomprensibile agli italiani (ma – pur con fatica – ci capiamo con i cugini savoiardi e vallesani), ma addirittura tra paesini distanti pochi chilometri cominciano a notarsi le differenze. Ad esempio ad Aosta (en Veulla, NdT) il sale è la sa (con la a allungata), mentre al mio paese è la so (con la o breve); per venire alle parole che hai menzionato nel post: lo pleuro (l’imbuto), la faraona mi coglie impreparata, ma la gallina si dice la dzeleunna, le forbici sono le faucettes, ma quelle da giardino si dicono les secateurs, il burro è lo beuro, il mento è lo menton, il prezzemolo lo persì, il sedano lo sellerì, il tagliere lo làn (ma se è quello apposta per il pane nero si dice lo coppapàn), per il mattarello mi informerò. Il coniglio è lo lapeun, ma da qualche parte anche lo cunj, mentre le patate sono les trifolles, di solito servite à bocòn (a pezzi, lessate senza pelle con sale e alloro) (eu si legge e chiusa come il pozzettiano eulamadona, o come il tedesco o con la umlaut… perennemente sloggata mi sarà d’aiuto,; au si legge o)

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    • Ci sono parecchie parole che hai citato che mi ricordano il francese (a volte più per l’ortografia che per la corrispondenza del termine con quello francese) … ma probabilmente è anche normale, vista la vicinanza della tua regione con la Francia.
      Mi piace anche che ci sia un termine specifico per il tagliere “dedicato” al pane nero, è una di quelle cose che danno un’idea di quanto diversa fosse la vita anni fa: per noi ormai il tagliere è un oggetto piuttosto insignificante, il fatto che invece ci sia una parola apposta per un suo tipo specifico fa anche capire quanto fosse importante il pane (altra cosa che ormai diamo per scontata). Un po’ come gli Eschimesi che mi pare abbiano millemila parole per indicare la neve, diciamo…

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      • il patois è da alcuni considerato una lingua, il francoprovenzale, per questo sia nel suono che nell’ortografia è affine al francese. In realtà è un po’ una via di mezzo tra la langue d’oc (la lingua dei trovatori, ancor oggi parlata in provenza) e la langue d’oil (che si è evoluta nel francese moderno). Alcune parole, però, sono di derivazione francamente latina: noua per esempio significa mezzogiorno, l’ora di pranzo (ricorda il noun inglese) e deriva da hora nona (l’inizio del pomeriggio, attualmente tra le 14.00 e le 15.00)

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        • Parlando del francese, mi hai fatto venire in mente un episodio di ormai un paio di secoli fa…
          L’esercito napoleonico arrivò anche nella mia città: si racconta che una volta entrati, i soldati si misero ad urlare ai “civili” di tornare “à la maison”, di andare subito a casa propria, insomma: un po’ per evitare confusione un po’ probabilmente per evitare che la gente si riunisse ed eventualmente li cacciasse pure via…
          Caso vuole, però, che ci sia una chiesa in Borgo, la chiesa della Commenda, che (ancora ora) in dialetto è la “Masô” (da “Magione”)… quindi i cittadini invece di andare ognuno a casa propria e chiudersi dentro, pensarono di doversi andare a riunire tutti là. Cosa che ordinatamente fecero… Pare che ci volle del buono per riuscire a capire e spiegare l’equivoco da ambo le parti. 🙂

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  4. Bellissimo questo post
    Io son cresciuta in altoadige ma parlando in casa coi miei il dialetto trentino (uno dei tanti,quello della val di cembra ma già quello della val di non ad esempio non lo capisco molto e non lo parlo per niente), e sono felice di saperlo perché mi piace e ritengo sia importante che non vada perso con le nuove generazioni.
    Poi mettici pure che mi è toccato anche imparare il dialetto tedesco…
    Comunque anche noi usiamo “zobia” (o anche “giobia”) per dire giovedi, il burro è detto anche “botter”,
    il tovagliolo è “el mantin”, l’imbuto è “l’orel”, il mento “barbinzol”, il tagliere “tabiel”…
    Il coniglio poi è “el cunel”…alle elementari avevo persino fatto un tema in cui avevo scritto che “a casa mia abbiamo tanti bei cunelli” 🙂

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    • Trovo piuttosto particolare che ci siano più affinità tra il dialetto romagnolo e quello trentino che tra il romagnolo e l’emiliano!! 😀
      E per quanto riguarda l’infiltrarsi del dialetto nell’italiano… temo che ormai non succeda più, ma ancora quando andavo a scuola io capitava eccome! Me la ricordo la maestra che tentava di spiegare che la tal parola non esisteva/non si scriveva così, soprattutto a chi viveva in campagna e avendo magari la fortuna di abitare anche con i nonni in casa sentiva parlare più dialetto che italiano ancora negli anni ’80! 🙂

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  5. Carinissimo questo post sulle differenze linguistiche. Vale anche per l’italiano. Pensa che un’amica milanese alla quale dicevo di volere un “alloggio” più grande si è messa a ridere come una pazza. “Se gh’è l’alloggio – mi ha domandato – sarà mica l’appartamento?” Sì, proprio l’appartamento che a Roma chiamano invece “quartierino”

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    • Roma capitale, si vede che sono abituati a pensare “in grande” (con certi sgabuzzini per scope che tentano di spacciare per bilocali, “quartierino” è un bell’atto di ottimismo!! 🙂 ).
      Hai ragione, in effetti tra regione e regione ne posson succedere delle belle anche con il semplice italiano! Mi fai venire in mente un episodio che è capitato a mio cognato, che ormai da 7 anni vive in Puglia. Qui da noi sono piuttosto diffuse le “giuggiole” (che crescono su un albero tra l’altro pieno di spine… frutto autunnale, piacciono parecchio anche a me ed è uno dei due alberi che tassativamente vorrei – insieme al ciliegio – se avessi un giardino).
      Parlando con amici pugliesi, a mio cognato capitò appunto di parlare delle giuggiole, dicendo che gli piacevano.
      Trovato riscontro – anche agli amici piacevano molto -, mio cognato aggiunse che sua nonna ne aveva un albero in giardino.
      A questa – per loro – assurda affermazione, gli amici lo guardarono come se fosse stato un marziano: nella loro zona, le “giuggiole” sono le caramello gommose!!!
      Per la precisione: mio cognato provò a portar giù una talea (o come cavolo si chiama, la mia ignoranza di botanica è epocale) per piantarla in giardino a Castellana… ma non ci fu verso di far crescere l’albero!

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  6. Quanto è vero!
    Non ti dico le incomprensioni quando i miei anni fa si trasferirono da Brescia in Emilia: a parte che non vendevano da nessuna parte il gorgonzola (e mia madre di questo ancora si lamenta), le parole usate in Lombardia e sconosciute qui sono tantissime.
    Ad esempio anguria o melone o cocomera/o (che significano cose diverse a seconda delle zone), oppure ‘scodellino’, o robe così…

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    • Qui da noi si tende ad usare indifferentemente anguria e cocomero per indicare più o meno la stessa cosa (il cocomero sarebbe quello tondeggiante, l’anguria quella ovale… ma chissene, eh? 😉 )… invece, quando siamo stati in Puglia nel 2007 abbiamo scoperto che lì il cocomero è una cosa completamente differente, proprio un altro ortaggio!

      A parte questo, ultimamente si tende a trovare praticamente di tutto nei supermercati… ma anche solo 30 anni fa in effetti bastava spostarsi di pochi chilometri e certi cibi “tipici” diventavano introvabili. Ad esempio, i primi tempi di fidanzamento, mio padre portava apposta a mia nonna il “castrato” da fare ai ferri: lei lo aveva sentito durante le vacanze in Riviera Romagnola, ma già al suo paese i macellai non sapevano cosa fosse…
      Poi mi viene in mente mio padre quando raccontava degli avvertimenti che doveva dare ai clienti quando in negozio arrivò la mostarda cremonese: la gente vedeva questa bella frutta colorata e pensava fosse un dolce. Ci voleva del buono per convincerli di cosa fosse in realtà e spesso occorreva pure un assaggio…

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  7. amo questa discussione! *_*
    comunque, anche a casa mia (ma non a m&m, perché qui non ricordo) anguria e cocomero sono la stessa cosa, e il melone è quello piccolo e arancione dentro. in toscana esiste il popone che mi pare sia l’anguria.
    io ogni volta che penso al peperone e peperoncino / paprika entro in crisi: in germania si chiamano al contrario. sob.

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    • Mi viene in mente quando siamo stati in gita in Spagna con la scuola: studiavamo francese e inglese, quindi per lo spagnolo si andava un po’ “a braccio”… un po’ troppo forti del fatto “dai, che è simile all’italiano”.
      Poi ti siedi a tavola, e trovi le due classiche boccette con scritto “Aceite” (… beh, dai è l’aceto!) e “Vinaigre” (che, basandoci sul francese… occavolo, ma che è aceto pure questo???). XD

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  8. Il dialetto è mitico e qualche volta, mi verrebbe voglia di sclerare proprio in dialetto all’utente molesto.
    Potrei sfogarmi alla grande (che tanto e di norma, qua se uno non ha almeno 40 anni difficilmente capisce qualcosa) ma vabbè, poi mi contengo per non giocare sleale.
    Qui da noi comunque abbiamo l’italianissimo “tiro” che sarebbe l’apertura mediante impulso elettrico della porta (es. condominiale)
    Mi dicono però che sia una roba tutta nostra e che altrove, il “tiro” non esista

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    • E’ un termine che ho già sentito, ma probabilmente perchè non siamo poi così lontani e altrettanto probabilmente da amici/conoscenti della tua zona. 🙂
      il massimo “in materia” che ho sentito io è “dar lo scrocco” (tipo quando si parlava di una nostra gatta – abituata a vivere in cortile – che aveva imparato a riconoscere il suono della porta che veniva aperta con l’apriporta e quindi il momento di salire a far colazione o raccattar coccole)… ma non ti so mica dire da dove sia stato preso su!

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      • Qui a M&M ragionano al contrario. Vai in panetteria e dici “vorrei un kg di pane di segala”, ti rispondono “volentieri” e tu come un pirla aspetti. Fino a quando, la buon’anima della panettiera ti chiarisce, a te novello studente a M&M, l’arcano: “Volentieri, te lo darei se ce l’avessi”. Insomma, volentieri qui significa no. E il mio ex, che è autoctono, diceva che a lui non succedeva. Il giorno dopo è tornato a casa dal lavoro (supermercato) ridendo perché se n’è accorto mentre diceva “volentieri”…
        Oppure: qui si produce caffè. Beh, la terminologia trae molto in inganno. Il cappuccino NON è il cappuccino italiano ma il macchiato, ergo in tazza piccola. Poi però se vuoi il cappuccino all’italiana, devi chiedere il caffelatte. Lo so, lo so, io non ce la posso fare, passi per il cappo (cappuccino-macchiato), ma il caffelatte no. Per cui per me esistono il cappo (macchiato) e il cappuccino in tazza grande o all’italiana.

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  9. Ma solo io sono terrone in questo blog? 🙂 comunque è vero, anche qui basta che ti sposti un po’ e tra zona e zona non ci si capisce, soprattutto le persone anziane che usano termini dialettali ormai abbandonati. Però compensiamo spiegandoci a gesti 🙂

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    • In effetti il centro-sud latita… peccato! 😦
      Comunque è vero: in Italia siamo avvantaggiati… con i gesti si riesce a combinar parecchio (a volte pure troppo!! 😀 ). In altri paesi invece parlano tutti ingessati…

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  10. Mi permetto un piccolo aggiornamento perchè proprio oggi pomeriggio ne ho “scovate” altre due (anzi, tre):
    “I Zavulòn”, che sarebbero i confetti alle mandorle
    e poi (questa ha creato un attimo di smarrimento a mio padre, che lì per lì non ha capito di cosa stesse parlando la nonna del Consorte… questo per ribadirvi come 30 km di distanza possano appunto essere una specie di abisso!)
    “e caruzòn”, che invece al paese del Consorte diventa “e burdigòn”… e altro non è, in entrambi i casi, che lo scarafaggio! 😉

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