Dimenticanza

DSC05601Mi soffermo su una recente notizia di cronaca perchè, da quando ho letto le prima righe in merito, ho fatto molta fatica a non pensarci. Non mi ha scossa solo quello che è (ri)successo, mi ha scossa anche rendermi conto di quanto sia cambiata la mia reazione tra questa disgrazia ed altre tristemente analoghe,successe due anni fa.

Nel maggio di due anni fa ero in attesa dell’Aquilina. Leggere, a distanza di pochi giorni, di ben due bambini morti perchè “dimenticati” in auto sotto al sole mi aveva a dir poco riempita di rabbia… come dannazione era possibile fare una cosa del genere? Come dannazione puoi “scordarti” un figlio, spezzare così una vita neanche iniziata? Che razza di genitore sei, a buttar via così una benedizione del genere, con tanta gente che vorrebbe avere figli e non può o non riesce?

Passati 24 mesi, e con una pupa di 19 che trotterella per casa, il buonsenso direbbe che alla lettura di questa “replica” avrei dovuto inca77armi il triplo. Avrebbe dovuto essere palese: dannazione, ora sono mamma anch’io… lo so che vuol dire uscir di casa e scarrozzare in giro un figlio (vero che io l’Aquilina ce l’ho sempre “davanti agli occhi”: in bici o sul passeggino che sia).

E invece no. Una tristezza immensa per il piccolo, più “vecchio” dell’Aquilina di soli 5 mesi, una grande angoscia per la mamma… e tantissima pietà per il papà che ha “scordato” il bimbo in auto. La rabbia? Oh, sì, anche quella… ma non verso una persona. Verso un sistema ormai troppo frenetico e a dir poco malato. Provo a spiegarmi, anche se non è facile (se qualcuno vuol fraintendere, fraintenda).

Negli ultimi mesi in cui ho lavorato, mi si è sovrapposta la gravidanza (con i relativi e immancabili pensieri, malesseri e preoccupazioni, soprattutto nei primi mesi) con il progressivo peggioramento di mia madre (e in dicembre di quell’anno è poi andata come è andata). Ebbene: non ho mai rischiato di far vaccate a lavoro (magari semplici errori di distrazione o dimenticanza… ma dovuti a veri e propri piccoli “blackout” temporanei) tanto quanto in quel periodo, e sì che avevo 10 anni di esperienza sul groppone. Nemmeno i primissimi giorni che ero in servizio e stavo imparando il nuovo mestiere dalla mia ex collega, nemmeno quando un anno e mezzo dopo traslocammo, gli avvocati si “divisero”, io persi la mia “mentore” e mi ritrovai poco più che novellina a dover gestire tutto da sola.

Non parliamo poi di quando è mancata mia madre (va’ che non devo spiegarvi che significa trovarsi addosso un lutto, vero?) e l’Aquilina aveva poco più di un mese (orari sballati, ritmi minimamente regolari inesistenti, notti in bianco, coliche). Letteralmente, per diversi mesi ho funzionato per lo più col pilota automatico… se è andato tutto bene e in qualche modo i miei neuroni son rimasti “presenti”, a mio parere sarà stato anche perchè “da là dove stanno” (ovunque sia) in qualche modo c’avran messo una pezza mia madre e mia suocera a evitarmi di far ca77ate, anche solo per amor della nipotina.

Non voglio “giustificare” quello che (non) ha fatto quel padre di Piacenza, sminuendo in qualche modo cosa è successo e le tragiche conseguenze che ha avuto. E’ una cosa terribile, fa male a chiunque pensare come devono esser state le ultime ore di quel povero piccolo.

Però, a mio parere calza in qualche modo quello che penso degli incidenti stradali: a vedere come “circola” molta gente (infrazioni, distrazioni, fretta, approssimazione, prepotenza e quant’altro a gogò), di incidenti sulle strade ne capitano pure pochi (parecchia gente deve aver un buon angelo custode o qualche parente che “da là dove sta” ci mette una pezza per far sì che il congiunto torni a casa tutto intero ogni sera).

Per come sta involvendo la società moderna, dove le priorità si sono man mano distorte e i ritmi sono sempre più incalzanti senza poi alcun motivo apparente (perchè alla fine con tutta questa fretta di far le cose ci si ricava solo che il tempo risparmiato lo si impiega per farne altre e affannarsi ancora di più), dove non si sa nemmeno il nome del proprio vicino di pianerottolo e magari manco lo si incrocia per dei mesi, dove non ci si aiuta più, dove conta solo fare fare fare andare andare andare, dove fermarsi è un delitto e “annoiarsi” un lusso… ammettiamolo: la famiglia è diventata “un di più”.

“Un di più” mica perchè chi ce l’ha se ne voglia fregare o goda a trascurarla. Giusto perchè troppo spesso non vien dato modo di tenerla al primo posto come dovrebbe essere in una società civile (anzi, se “te la dimentichi” durante le ore di servizio è molto meglio: così rendi di più): ho sentito spesso di ore di permesso negate perchè richieste (tipo) per assistere alla stupida festa di fine anno del pargolo. O di nasi storti perchè “è di nuovo a casa perchè s’è ancora ammalato il figlio” (come se il pupo di due anni godesse a pigliarsi bronchiti o influenze, eh). O di licenziamenti più o meno velatamente riconducibili all’aver osato far figli. O di colloqui di lavoro dove la prima domanda che ti fanno se non è “Ha figli?” è “Intende avere figli?”.

E mi son limitata al caso “genitore-lavoratore” perchè è pertinente al fatto di cronaca con cui ho iniziato il post e le riflessioni. Ma possiamo metterci in mezzo anche il caso “figlio/coniuge-lavoratore”, perchè metti che i tuoi genitori anziani non siano più autosufficienti o che il partner si ammali, e tutti i casi del paragrafo sopra possiamo rigirarli ad arte (vi dò lo spunto iniziale, poi fate voi: al posto della festa di fine anno del pupo, mettiamoci il dover accompagnare qualcuno ad una visita medica fuori regione). E possiamo citare anche il caso del “lavoratore-ammalato”, perchè ho avuto anche la splendida esperienza di sentire robe da forca e galera dette nei confronti di un paio di persone che avevano avuto la bella pensata di prendersi un cancro (una è finita bene, l’altra purtroppo no): colleghi e superiori che si preoccupavano esclusivamente di sapere se il malato sarebbe rientrato, e quando, e che orari avrebbe fatto perchè… ohi, ma qui si lavora, bisogna potersi organizzare!

Si lavora, già (beh, ovvio: chi un lavoro ce l’ha… di sti tempi). Ma si dovrebbe lavorare per vivere, non il contrario.

Ecco, a tirare una botta di conti, forse c’è anche fin poca gente che “strippa”.

E tanti “supereroi” quotidiani dei quali non ci si accorge nemmeno.

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10 pensieri su “Dimenticanza

  1. Guarda, io vorrei dire tantissime cose sull’argomento ma poi verrebbe fuori non un altro post ma addirittura un libro!
    Pensa che il mio ex datore di lavoro, quando gli comunicai che era morto mio nonno (abitavo a Venezia) mi disse “Ecco, lo sapevo che mi avresti chiesto di stare a casa!”, tutto scocciato. E riconosco che in quel momento è stato il mio atteggiamento ad essere sbagliato, perchè avrei dovuto incazzarmi e rispondere a tono invece di fare spallucce ed abbassare il capo – ma quando uno ha bisogno di lavorare purtroppo tende a scendere troppo a compromessi con sè stesso…
    Siamo arrivati al punto che si dice tanto che c’è crisi e non c’è lavoro, licenziano le persone, e poi quelli che rimangono li spremono come limoni perchè devono sopperire alla mancanza di chi è stato mandato via; quindi guai se si permettono di avere sentimenti o distrazioni <.<
    Sì, è una società troppo frenetica, ed io lo vedo specialmente qui a Milano dove le persone sono incarognite dalla sera alla mattina e fanno immusonire immediatamente anche chi, come me, viene da fuori.

    Io, però, in tutto questo comunque continuo a chiedermi: come fai a dimenticarti il figlio in auto? Capisco lo stress e la frenesia ma quello non dovrebbe essere il tuo primo pensiero comunque? 😮

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    • Eh, ma anche tu… farti morire il nonno, vuoi mai che sia un motivo valido per star a casa?
      No, scusa: lasciam stare gli scherzi su queste cose, che ci sarebbe solo da inca77arsi e basta.

      Per il dimenticarsi un figlio in quel modo le spiegazioni ci sono: oltre un certo livello di stress e un certo numero di cose cui pensare, il cervello si difende con blackout temporanei (t’è mai capitato di arrivare a destinazione, ma non ricordare se hai trovato il tal semaforo verde o rosso? E’ evidente che a quell’incrocio ti sei “comportato bene”, se no ti avrebbero minimo strombazzato dietro… però è inquietante accorgersi che in quel punto del tragitto tu tecnicamente non eri lì con la testa) e addirittura falsi ricordi (il celeberrimo “Ma ero convinto di averlo fatto/letto/comprato/preso!”).
      Insomma, qualche spiegazione c’è, ma anche per me è difficilissimo riuscire a farmene una ragione… si può concepire di dimenticare di comprare il latte o di scordarsi le chiavi di casa infilate nel portone del condominio e dover rifarsi tot piani di scale per ripigliarle e poter entrare in casa, ma accettare che questo possa succedere anche con il proprio figlio è una cosa che fa paura.

      In ultimo, giusto una cosa: faccio molta ma molta più fatica a concepire che – come è successo più volte – ci sia gente che invece lascia il figlio di pochi mesi/anni in auto consapevolmente per andare a giocare al videopoker. E ce ne sono tantissimi, di stri stron7i:
      http://www.nanopress.it/cronaca/2011/06/17/tivoli-una-donna-abbandona-i-figli-in-auto-per-giocare-a-videopoker-denunciata_P2027275.html
      http://latina.laprovinciaquotidiano.it/cronaca/cronaca-locale/21084-latina-lasciano-i-figli-in-auto-per-giocare-al-videopoker.html
      http://www.newsit24.com/notizie/il-bimbo-di-2-mesi-in-auto-i-genitori-giocare-alle-slot
      solo per pescarne qualcuno dal mucchio.
      Ecco, qui per fortuna non c’ha rimesso le penne nessuno… ma questi sì che mi fanno inca77are senza nessuna possiblità o voglia di capirli!

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      • Sì, effettivamente a volte mi capita (specialmente quando sono in macchina, e lo trovo preoccupante) di arrivare a destinazione e realizzare che non ho alcun ricordo della strada che ho fatto. Cioè, naturalmente l’ho fatta e anche con cognizione di causa – altrimenti avrei già fatto incidenti – ma… vuoto totale o.o Davo la colpa al fatto che, essendo una strada che faccio tutti i giorni, magari ormai la faccio in “automatico”, però effettivamente potrebbe essere un meccanismo di difesa del cervello al mio continuare a pensare e ripensare alle cose che ho da fare lavorativamente parlando (e non solo).

        Ma che poi, più che una dimenticanza, a volte non è più semplicemente un “ci metto solo un minuto, ti lascio qui in macchina” e poi….? Mah.
        E no, a quelli del videopoker dovrebbero proprio togliere i figli!

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        • E’ che a volte son proprio gli automatismi a “fotterci”… entra in gioco il pilota automatico, e la soglia di attenzione va a donnine.
          Di norma funziona: appunto quando torni a casa “teletrasportandoti” e riportandoci la tua pellaccia tutta intera, oppure se ti ritrovi improvvisamente truccata di tutto punto e vestita quando tre secondi prima eri ancora in pigiama con le cispe negli occhi.
          Il problema è quando capita in un caso come quello di Piacenza: pilota automatico inserito, babbo che si ritrova in ufficio convinto di aver prima lasciato il bimbo all’asilo come tutti i giorni. E invece no.

          Il discorso del “sta qui, ci metto solo un minuto” secondo me è invece equiparabile quasi ai tizi del videopoker, di questi tempi: primo perchè non puoi sapere se ci vorrà solo un minuto (basta un pirla in fila davanti e il minuto diventa mezz’ora), secondo perchè (anche se non ci si mettesse l’afa estiva) se ne senton troppe di balordi in giro per lasciar dei bambini soli in auto protetti “solo” da qualche cristallo!

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  2. Siamo rimasti in pochi a lavorare, e vista la situazione di crisi i carichi di lavoro aumentano senza la forza di dire “non ce la faccio” e se il lavoro non è manuale ma intellettivo ancora peggio. Un padre o una madre non si dimenticano i figli così come niente fosse, è perchè dentro di loro ci sono tensioni che nessuna mutua può placare, e sono mille le paure che gravano sulla gente. Sul rischio lavorativo si chiama burnout, quando si riversa sulla famigli e gli elementi più deboli ce lo spiegherà tra non molto uno psicologo come si chiama, vorrei sentire cosa dice a quei due poveri cristi di genitori lo psicologo.

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    • Mi sembra significativo già il fatto che esista un termine specifico per definire l’esaurimento di qualcuno sul lavoro, ma non “nel privato”: altro segno che tutto ciò che non produce, non fa girar soldi, ecc. viene considerato inutile e trascurabile
      Sono dell’idea che episodi del genere dovrebbero far suonare qualche campanello d’allarme riguardo il fatto che stiamo prendendo veramente una brutta strada… ma probabilmente è meno “antieconomico” (anche se sto iniziando a chiedermi per chi lo sia… probabilmente per i soliti che guadagnano sulla fatica di altri) continuare a fregarsene.

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      • Essenzialmente si tratta di riappropriarsi della propria vita e del proprio lavoro, considerando come tale, cioè lavoro, quello che tu hai scelto. Una domanda da farsi è ad esempio “perchè se curo i miei figli sono madre/padre e se se ne occupa un estraneo è considerato un lavoro e viene retribuito?”

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        • Quello me lo chiedo pure io… come mi chiedo anche: perchè se una donna sceglie di fare la casalinga viene considerata come una che non fa un ca77o da mattina a sera, ma se qualcun altro viene a casa e la pulisce per me invece lo pago fior di quattrini perchè è una “mansione di fatica?”
          Prova a buttar lì la questione dello “stipendio alle casalinghe come in Francia”: le prime che ti si rivoltano contro come iene son proprio donne (di solito in carriera).

          Oppure pensiamone un’altra: devono esserci due stipendi in famiglia perchè sennò non si riesce a star dietro a tutto. Ok. Però a lavorare “fuori” in due, occorrono due auto (di norma non si lavora sotto casa, e poi bisogna scarrozzare in giro i pupi per portarli di qua e di là alla velocità della luce per esser puntuali ecc ecc). E sappiamo tutti che mantenere un’auto di sti tempi non costa noccioline. Poi bisogna pagare nidi e asili perchè tengano il pupo visto che nessuno può star con lui. Più avanti bisogna pagare il corso di danza/nuoto/calcio/lingue/musica/teatro per tenerlo impegnato tutti quei pomeriggi che dopo scuola nessuno può star con lui (ohi, poi ci son quelli che han 32 nonni o prendon stipendi alti e il discorso ovviamente cambia).
          Per concludere: sono praticamente convinta che se molti si mettessero a tavolino a tirar una botta di conti di quel che prendono di stipendio “normale” e di tutte le spese che gravitano attorno a questo portar a casa lo stipendio… ecco, se non finiscono in negativo (come è capitato a me), poco poco ci manca.
          E quel poco poco vale davvero la pena (se consideriamo poi che ormai non ci si può più nemmeno convincere che si “fa per la pensione”)?

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  3. Quand’ero piccolo (avevo circa 6/7 anni) fui anch’io “vittima” di una dimenticanza: nonostante fossi abbastanza vivace, quando mi mettevo a leggere topolino me ne stavo talmente in silenzio che in casa non ci si accorgeva per ore se ci fossi o meno (salvo poi iniziare di punto in bianco ad usare pentole e coperchi come batteria, ma questa è un’altra storia). E questo accadde un giorno: mia madre mi lasciò a casa di mia nonna (in cui a quel tempo vivevano ancora i miei zii). A una certa ora chi scende da una parte, chi va dall’altra e, dato che io stavo leggendo in religioso silenzio, ognuno pensava che io fossi uscito con l’altro e quindi nessuno si preoccupò di dove io fossi. Risultato: rimasi solo per circa 2 ore in casa prima che a mia nonna venisse il dubbio di io dove fossi (all’epoca non c’erano i telefonini). Sono vivo e vegeto, non mi è successo niente. Questo per dire che le dimenticanze/distrazioni sono umane: ho avuto genitori e nonni modello, ma una cosa del genere può capitare a chiunque. Quello che non ammetto assolutamente è il caso in cui (ed hai linkato articoli a tal proposito in alcuni commenti sopra al mio) i genitori lasciano VOLUTAMENTE il minore solo (ad esempio in macchina) perchè devono andare a giocare al videopoker. Ecco: io ‘sta gente qui la impiccherei. Per il resto siamo umani, non macchine.

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    • Sono ovviamente d’accordo su tutta la linea: non posso dire che sia capitato a tutti, ma penso di poter dire a molti sì (nella stragrande maggioranza dei casi senza conseguenze negative, per fortuna, circostanze, mancanza di effettivi pericoli o casualità).
      Insomma, c’è una grossa differenza tra la fallibilità dell’essere umano (che lo si accetti o meno) e l’intenzionalità, è questo da tenere a mente in casi come questo (anche se la tragedia resta).

      P.S. All’Aquilina ho comprato apposta due coperchi di pentola al mercato per farglieli usare come piatti. 😀 Quelli ha imparato subitissimo come usarli, ma glieli lascio “con parsimonia” (<- che è sempre molto di più del divieto che avevo io di usare i coperchi di mia mamma in quel modo) per il bene dei timpani dei vicini… 😛

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